LA SOLITUDINE DEL SOVVERSIVO-MARCO BECHIS


Questa volta parlo di un libro, per una serie di motivi. Il primo, il più importante: perché è un gran libro e vi farete un regalo se lo leggerete, poi parla della nostra storia, quella di qualche decennio fa, sia quella Argentina che quella italiana, che però ci riporta ad oggi. Eppure la narrazione, anche se tocca temi politici molto profondi, si riaggancia sempre al personale, alla storia dello scrittore. Infine parla anche di cinema, sul senso di fare film. Tempo fa Bechis mi disse: “Giro film se ho qualcosa da dire, altrimenti faccio altro.”


Se dovessi sintetizzare il libro di Bechis in una parola, lo definirei necessario. Lo finisci e non puoi non riflettere.

La storia di Marco è senza dubbio avventurosa. Due episodi drammatici ne tracciano l’essenza, la perdita, per un incidente, del fratellino di tre anni e mezzo e il suo rapimento in Argentina nel 1976 da parte degli squadroni della morte di Videla. Dopo un primo periodo da deparecido nel carcere clandestino, subendo torture e “la picana” (tortura tramite scosse elettriche), riemerge in una detenzione ufficiale durata dei mesi.

La sua testimonianza sulle carceri clandestine della dittatura argentina è importantissima, ma la sua lucidità e franchezza è a volte disarmante. In nessuna parte mette la sua esperienza sotto una luce eroica, ma invece si pone in discussione. Affronta la scomoda situazione della solitudine di chi è scampato a un simile orrore, di chi è mal visto dalla destra per essere un terrorista e da parte della sinistra per essere sopravvissuto. Come per i suoi film, anche nello scritto Bechis opera un lavoro di sottrazione. Non c’è mai compiacimento descrittivo della violenza, ma è proprio quella assenza a determinare l’interrogativo in chi legge. Non siamo forse tutti dei sopravvissuti a tali brutture? Non avere detto, denunciato abbastanza, non ci pone forse in una condizione di immeritato privilegio?


Il percorso non cronologico dei fatti descritti permette di avvicinarsi in maniera più empatica verso cose non descrivibili. Lo stesso Bechis più volte lo ricorda, ma col suo libro, di fatto di permette ad avvicinarci verso una realtà che non dovrebbe mai ripetersi, ma soprattutto non dovrebbero ripetersi certi colpevoli silenzi. Il vero eroismo sta nel continuare a raccontare quella storia e pretendere giustizia. La ricerca dei luoghi delle detenzioni e dei carcerieri è incessante e dura fino alle condanne definitive dei carnefici.


Nel libro parla della lavorazione dei suoi film, non tanto degli aspetti tecnici, quanto della storia che vuole raccontare e di come voglia raccontarla.

Reputo che tutti i film di Bechis debbano essere visti, perché ti scuotono dentro. Io sono particolarmente legato a Garage Olimpo, quello che ho faticato di più a vedere. Mi ha riportato a quaranta anni fa, quando Marco mi raccontò la sua storia, e ancora adesso me la porto addosso.



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