L’ARMATA BRANCALEONE

Aggiornamento: 17 mag 2021


De la strana historia racconto e dico di como lo fiero condottiero e Duce, nomato Brancaleone de Norcia Contado e de lo so’ manipolo di homini sanza macchia e timoro fecer mirabile cose. I perigliosi fatti comintiano di quando uno ribaldo trova preziosa pargamena di lo imperatoro che facere Sire de la civitate de Aurocastro in Apulia che, per essere sancero, nessuno aveva mai santuto nomare. Lo Duca Brancaleone e li so’ valorosi menano dunquo lo passo per ventura di ogni sorta.



Si aggiunge a li sodali tale cavaliero de le genti Bisantie Teofilatto nomato, di grande chore e prastanza e ne lo loro periglioso vagare si pongono a sarbizio de li pelegrini di fra’ Zenone Santo per conquistare Giarusalemma. Tanti erano li fideli, e ranzini e calessi, e armi biniditte, ma lo malo spirito si mette contra di loro e pugne e lotte e caroselli imprestano sanza timore di vadersi vinti.

Non mancano nianche in codesta historia dame e signore che pulchrissime è dir poca cosa e lo Duca Brancaleone pone li so’ sirbigi, come Cavaliero sole e deve.




Lo fato, pirò non gli assorride, come spesso aviene ni le historie di nobilar tenzone e pugnan con li nemici e li birri. Il Duce pone, dicevo, li so’ serbizi di Donna Matelda nigando a se stesso li piaceri de la carne, perché così si vole ne lo stile de li cavaleri, ma Teofilatto di Bisanzio dopo puntuala riflassione conclude che la Dama Matelda era pulcrhissima e appatitosa e che paccato era con congiungersi con issa.

Si apparta, dunquo con con detta pulzella, ma tiene allo scuro lo Duca so’ Brancaleone da Norcia, che se è vanto per i cavaleri avere il core candido, meno apprezzato è che altri conduchano sollazzi.



A questo punto è d’opo che io declari sanza hombra che sto per dicere la fine de lo racconto che non fia lo mio favellare anticipo de la chiusa cah datesto lo spoilerro de le trame. Apposta codesta pracisazione, mi appresto a dicere li fatti così come li cagnosco.



Lo manipalo di eroi in Apulia giugne, ma tocca pugnare con li ribaldi pirati infadeli sarracini o turcomanni detti, ma con coraggio e hastutia li vince come lo Signor nostro vole.


Arrigo Tonio de Waiter

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