Lettera a un giovane (e modernissimo) bluesman

Caro giovane bluesman, giovane e modernissimo, come scrivo nel titolo; modernissimo e aduso alle nuove strabilianti tecnologie di ascolto; oggi voglio scriverti una lettera (tanto per rimanere sul sapore antico) qui, dalla mia House of Blues; una lettera che scrivo dopo aver ascoltato, in una di queste nuove strabilianti tecnologie, una canzone, che tu, pur essendo giovane, ben conoscerai: Mannish boy di Muddy Waters.


Capirai, l'avrò ascoltata centinaia di volte, ma stamattina ha avuto un sapore particolare, quello che solo il ricordo può dare. Sentendo quell'ipnotico ritmo mi sono proiettato indietro nel tempo, di... beh, diciamo qualche decennio, quasi quattro, quando la musica ascoltata era altra. Quando da adolescente, cresciuto in un paese di campagna dove bisognava dare gas al motorino (truccato), fischiare alle ragazzotte e la musica consentita era quella da discoteca (che già ad ascoltare Baglioni o Madonna ti davano dello spocchioso intellettuale) il Blues era poco meno che una parola.

Anzi, non era nemmeno quella.

Il Blues era... niente.

Fino a quel giorno, però. Quel giorno in cui qualcuno dei ragazzi più grandi del paese mi prestò una cassetta.


Una cassetta, già... perché, caro giovane (e tecnologico) bluesman, devi sapere che un tempo per ascoltare la musica c'erano i dischi (oggi chiamati vinili, allora nessuno lo chiamava vinile, era semplicemente "il disco"), quei padelloni neri che si appoggiavano sul piatto dell'impianto hi-fi (come suonava strano) ci si appoggiava sopra una puntina e si faceva partire la musica desiderata. Certo, il disco oggi è tornato e fa bella figura in tante case (temo di vecchi nostalgici come me) e quindi viva il disco (o vinile che sia). E poi c'erano le cassette, questi trabiccolini di plastica pieni di nastro su cui era incisa la musica. E che si potevano anche doppiare. Eh sì, da una cassetta musicale se ne facevano decine e decine. Fu in quel modo che mi capitò fra le mani quella cassetta (e i tanti passati, l'età, i capelli bianchi e chissà cos'altro non mi fanno ricordare chi fu a prestamela). Sulla copertina c'era un omone di colore elegante e dallo sguardo ironico.

Muddy Waters.

Bah, chi sarà?

Non restava che ascoltare.

Il primo pezzo era proprio Mannish Boy.

Quell'inizio... ah, quell'inizio: oh yeah... everything, everything, everything (ripetuto tre volte, un crescendo che lasciava intuire una vita nuova da vivere) gonna be all right this mornin'...

E poi via con quella splendida canzone, che rimandava a tempi e luoghi lontani, a un continente caldo e ritmico, a una storia centenaria ancora bel lungi a essere risolta.

A questo e a molto altro avrebbe portato poi quel primo ascolto di quell'album che, ora ricordo bene, è stato il mio primo approccio con il Blues.

L'amore puro, la vita quasi, direi, consacrata, al Blues sarebbe arrivato dopo. Prima ci sarebbero stati altri passaggi, prima c'era da liberarsi della spazzatura... e poi passare dal jazz ai cantautori e agli chansonnier, dai ritmi etnici di mezzo mondo e a tutte le sfumature da essi derivanti. E dal rock 'n roll, di cui, però, già in quell'album, quell'omone ben vestito e con lo sguardo ironico, ti faceva capire di chi era figlio.

Caro mio giovane bluesman... buon ascolto. :)




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