23 giugno - APOLOGIA DEL FALÒ DA SPIAGGIA

Aggiornamento: 24 giu 2021

Il 21 giugno è il giorno del solstizio d'estate, quello in cui la luce dura più del buio. Sol stat, dal latino, il sole si ferma. Da quel momento in poi le giornate vanno progressivamente accorciandosi fino al solstizio d'inverno in cui sol stat, il sole si ferma, ma in modo opposto e la notte è più lunga del giorno.

Anticamente si usava accendere dei grandi fuochi nella notte del 21 giugno, per dare un "rinforzo" al sole e propiziare i raccolti, un rito pagano che poi ha visto insinuarsi il cristianesimo che lo ha trasformato in rito religioso, spostando anche la data al 24 giugno, giorno in cui i cattolici celebrano San Giovanni Battista. E così il rito cambia fisionomia e diventa una preghiera, ma rimane testimone di amicizia e amore, perché ritrovarsi intorno al fuoco è una metafora assai suggestiva che rimanda al calore della famiglia. È proprio da questa ritualità che nasce la consuetudine dei falò in spiaggia, quelli che per alcune generazioni di giovani hanno significato tanto, tantissimo. Innanzi tutto il fuoco è stato testimone di struggenti amori, ma anche, più prosaicamente, dei primi baci e le prime "palpatine". Poi il falò estivo è stato un enorme juke box in cui il chitarrista di turno (perché non esiste falò senza chitarra) sciorinava i grandi classici da falò, appunto, canzoni che molti non avevano mai ascoltato né mai lo faranno in futuro, se non in quell'occasione. Ammetto che fino a neanche troppo tempo fa non avevo idea di che voce avesse Marco Ferradini, però "Teorema" la conoscevo a memoria per averla ascoltata infinite volte... indovinate dove? Una caratteristica dei "classici da falò" è, naturalmente, la semplicità degli accordi. Non è che puoi pretendere di avere Andrés Segovia a reggerti il moccolo mentre slinguazzi con la tua bella, quindi ti devi accontentare di qualche giro di DO, o al massimo qualche accenno di arpeggio. Per questo "Il Gatto e la Volpe" di Bennato, che però con la variazione in MI maggiore rischiava di mettere in crisi più di qualcuno, meglio ripiegare su "La Canzone del Sole" di Battisti, che tanto è estate e parla pure delle famose "palpatine". Oppure l'intera produzione di Gino Paoli, ribattezzato "Gino di DO", proprio perché tre quarti del suo repertorio è basato sul giro armonico più elementare (ci vuole genio per fare questo, lo dico senza alcuna ironia). Poi arrivava inesorabile il momento di "Teorema", canzone peraltro scritta dal grande Herbert Pagani, ma figuriamoci se a qualcuno importava qualcosa dell'autore e del suo curriculum. Contavano i versi e le sue implicazioni che da sempre hanno generato due fazioni contrapposte. Con "Teorema" scattava lo schieramento di genere, e non c'è Zan che tenga: i maschi si godevano la prima parte, quella in cui prendi una donna, la tratti male, gli dai buca agli appuntamenti, la usi come schiava sessuale e pure con un certo sussiego, come fosse un favore, una concessione. Ah come gongolava il maschio, nemmeno nei suoi sogni più arditi aveva mai immaginato di essere talmente figo da potersi permettere di trattarle in modo così sprezzante, le ragazze, e di ricevere in cambio amore, gratitudine, perfino una certa propensione al servilismo. E infatti mica era vero. Solo che Ferradini, anzi, il suo clone con chitarra, lo faceva sembrare quasi credibile. Però durava poco, perché al minuto 1.20 circa, la canzone cambiava registro e passava dall'altra parte: "Predi una donna, dille che l'ami, cantale canzoni d'amore...". Attento maschio, si sta per consumare la vendetta, non senti puzza di bruciato? E infatti: "Stai sicuro che ti lascerà!" A quel punto le ragazze si sentivano soddisfatte di aver reso pan per focaccia e il falò poteva continuare con le sue dinamiche adolescenzial-ormonali, mentre il chitarrista-clone proseguiva con l'inutile apologia dell'amore come panacea di cui a quel punto non fregava più niente a nessuno (probabilmente nemmeno a Ferradini che era costretto a cantarla solo per dare un minimo di spessore morale a un brano altrimenti troppo "politicamente scorretto"). Il segnale del "liberi tutti" era il verso "No caro amico, non sono d'accordo". Quello era il momento in cui si tornava sotto coperta, incapaci come eravamo di cogliere la portata rivoluzionaria della frase che con questa contrapposizione in termini segnava uno spartiacque definitivo nel cantautorato italiano. A nostra parziale scusante solo il fatto oggettivo che "Teorema" di solito arrivava quando le "palpatine" erano diventate talmente audaci da non far più arrivare sangue al cervello, ormai completamente asservito ad altro organo, altrettanto importante se non di più, soprattutto nel periodo dell'adolescenza. Con la stessa dinamica arrivavano le canzoni straniere, sempre di difficoltà chitarristica pari a zero, ma che alzavano il livello intellettuale della serata, perché uno dei più gettonati era Bob Dylan. No, non c'entravano nulla il piglio politico, le battaglie sociali, i testi impegnati, il discorso era sempre quello: Dylan non andava oltre quattro accordi in croce. E però capite bene che questa fatalità ha avuto il grandissimo merito di metterci sotto il naso il più grande folk singer di tutti i tempi che altrimenti nessuno di noi avrebbe mai e poi mai considerato in quelle estati di "Vamos a la Playa" e "Tropicana". C'è da dire che dei testi abbiamo continuato a non avere idea fino all'età adulta, perché all'epoca le parole in inglese si inventavano e basta. Altro che gramelot, i nostri erano veri e propri slang american style senza nessun senso che non fosse un minimo di assonanza con le parole originali. Però che spettacolo quando arrivava il chorus "Na na na-chin on evensdor" senza saperne un cazzo delle porte del paradiso! Insomma i falò in spiaggia sono stati la nostra formazione musicale, sessuale, amorosa, sociale. E scusate se è poco! Poi siamo cresciuti, il fuoco lo abbiamo usato per grigliare salsicce durante le partite della Nazionale, le canzoni le abbiamo imparate, le parole di "Knock'in on heaven's door" sono diventate quelle giuste, abbiamo scoperto quattro accordi in più del giro di DO atteggiandoci a Tommy Emmanuel, abbiamo smesso di immaginarci protagonisti di "Teorema" accontentandoci al massimo di sognare di vincere una lotteria e pagare qualche rata di mutuo a spese dello Stato. Però quando qualcuno attacca "Prendi una donna, trattala male..." potete giurarci che le fazioni si riformano e per un attimo si torna lì, a quei falò sulla spiaggia di tanti anni fa in cui abbiamo imparato tutto, tranne che continuare a sognare.

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