"VITTI 'NA CROZZA" - Il brano deturpato

Se pensiamo che sia stato il mainstream pop a dare il via a quella pratica orrorifica di trasformare tutto in "ballabile", ci sbagliamo di grosso. Se dalla fine degli anni '80 anche i brani cosiddetti d'autore finivano sotto il maquillage della cassa in quattro con charlie in levare, la classica batteria elettronica pompata per funzionare in discoteca, in realtà questo trattamento non era una novità. Pur con effetti estetici diversi, già molto tempo prima alcuni brani, soprattutto tradizionali, avevano subito le angherie di riscritture al limite del paradossale.

Il caso più emblematico è quello di "Vitti 'na Crozza", tradizionale anonimo siciliano, composto presumibilmente intorno alla metà del 1800 e inciso per la prima volta su 78 giri Cetra da Michelangelo Verso nel 1951.

Si tratta di una ballata folk dall'origine incerta, qualcuno sostiene fosse un canto di minatori, altri che addirittura risalirebbe al Medioevo, altri ancora, come il Maestro Franco Li Causi che ne scrisse per primo la partitura e la depositò a suo nome alla SIAE, che fosse semplicemente una poesia popolare mai messa in musica prima di allora. Alcuni affermano che il brano veniva cantato dai soldati siciliani in trincea durante la battaglia del Piave, o perfino dai patrioti garibaldini durante la guerra di liberazione dai Borboni.

Fatto sta che divenne noto al grande pubblico grazie al film di Pietro Germi "Il Cammino della Speranza", acquerello neorealista del 1950 (con sceneggiatura di Federico Fellini), che utilizzò "Vitti 'na Crozza" sui titoli di coda, in versione corale.

Da quel momento in poi le versioni e le interpretazioni saranno centinaia, da quelle "storiche" di Domenico Modugno, Rosanna Fratello, Otello Profazio, fino alle più recenti di Franco Battiato, Gianna Nannini, i Mattanza e perfino Laura Pausini.

E poi ce n'è un'altra, probabilmente la più intensa e filologicamente corretta di tutte, interpretata dalla cantastorie siciliana Rosa Balistreri, che però lasciamo un attimo da parte, la ritroveremo alla fine di questo articolo.

Quello che accadde nel tempo a questo brano ha davvero del paradossale. Il testo è quanto di più drammatico, angosciante, a tratti apocalittico, si possa immaginare. Per coerenza con i versi, il brano nasce in minore, la tonalità che viene utilizzata per conferire un "colore" cupo, triste, alla progressione armonica e ne evidenzia il tratto malinconico. Parole che riferiscono di un dialogo tra la Morte, rappresentata da un teschio appoggiato su un cannone (o su un "cantone", a seconda delle versioni), e un anziano ottantenne ancora attaccato alla vita che però sente l'approssimarsi inesorabile della sua ora fatale, al punto di chiedere alla famiglia un giaciglio "cunzato" a morto, in modo da scontare i suoi peccati prima che i vermi facciano definitivamente scempio del suo corpo.

Versi agghiaccianti, al limite dello splatter, che giustamente trovano un appiglio armonico nel tono minore e un contraltare ritmico su un 4/4 lentissimo, quasi da marcia funebre. Finché, per qualche inspiegabile motivo, il brano fu trasformato in un 2/4 veloce, passato in tonalità maggiore, con l'aggiunta di una cellula corale a mo' di ritornello che si traduce in un gioioso e sguaiato "Tirullallerullallà". E questa versione diventa magicamente lo standard della canzone, in totale antitesi con il testo, con l'atmosfera, con la ruvidezza devastante del tema trattato. Ragazzi in gita scolastica, giovani attorno a un allegro falò estivo, ma anche interpreti di fama internazionale (perfino il tenore Baniamino Gigli), tutti cantano "Vitti 'na Crozza" senza rendersi minimamente conto di quanto quell'incedere ballabile e quell'odioso "Tirullalleru" siano lontani dalle intenzioni di chi ne ha scritto il testo. Anzi, i versi finiscono per passare definitivamente in secondo piano, fagocitati da un arrangiamento a dir poco irrispettoso, se non criminale. La maggior parte di coloro che la canticchiano non si soffermano sulle parole, attratti dall'inevitabile ruffianeria di quella cellula posticcia e dalla strofa finale, aggiunta successivamente per questioni "turistiche", che esalta la bellezza naturale della terra di Sicilia senza alcun legame filologico con il resto del testo.

Il risultato è una canzone divertente, da cantare in coro nelle occasioni di festa, mentre l'anziano protagonista del brano snocciola riflessioni esistenziali dal pathos devastante, come questa:


"Se ne sono andati i miei anni, non so dove sono finiti, e ora che sono arrivato a ottant'anni chiamo la vita, ma mi risponde la morte".


Oppure:


"Preparatemi un letto, perché i vermi mi stanno divorando e voglio scontare i miei peccati finché mi resta l'ultimo anelito di vita" (traduzioni libere, ma aderenti all'originale in dialetto siciliano).

Immaginare in coda a questi versi quel "tirullallero" è come immaginare un dolcissimo cannolo alla crema di ricotta farcito con... acciughe e capperi. Eppure questo standard resisterà nel tempo diventando la versione ufficiale del brano fino ai giorni nostri. Per fortuna qualcuno si è interrogato sulla sua reale natura e sulle intenzioni di chi l'ha composto, soffermandosi sul testo e trovando le incongruenze con l'arrangiamento. Così, in tempi recenti, iniziarono a circolare alcune versioni della canzone riportate alla sua essenzialità armonica e soprattutto epurate da quell'orribile innesto posticcio che ne trasfigurava completamente il senso. I Mattanza del compianto Mimmo Martino per esempio, che ancora oggi la propongono in repertorio nella versione rispettosa dell'originale, oppure Alfio Antico, che ha restituito al brano anche quel sapore rurale che con ogni probabilità ne aveva costituito l'ispirazione. E anche nel mio progetto Mandrax Evolution abbiamo tentato, pur dirottandola verso il rock, di mantenere intatto il suo humus primigenio.


Ma torniamo a Rosa Balistreri.

Lei, la punta di diamante del canto siciliano, questo brano non ha mai voluto cantarlo. Lo definiva "una puttana che andava in giro spoglia dei suoi significati, vestita solo di un trallallero vergognoso", come riferisce Felice Liotti, uno dei suoi pochi amici, che la ospitò negli ultimi, difficili anni della sua vita. E aggiunge che solo una volta, un capodanno, prese la chitarra e si decise a eseguirla per i pochi presenti. Quel momento fu raccontato così da Aldo Migliorisi, uno dei fortunati ad aver assistito alla sua performance improvvisata: “…Solo allora, dopo il pranzo -lei come al solito non aveva mangiato quasi niente e aveva fumato tanto- prese la chitarra, chiese di mettere in funzione il registratore e cantò “Vitti na crozza”. Anzi: la rielaborò. Innanzi tutto tagliò quel ritornello da carrettino siciliano, il trallallero da cartolina. Poi rallentò il tempo e si lasciò andare ad un’interpretazione da brividi. Il respiro che spezzava il verso, le modulazioni quasi arabe del canto, la sua voce scura, profonda, antica, vibrante, ridavano finalmente dignità e significato a quella canzone, restituendola a se stessa. Domanda sul dolore e sulla vita cioè, e nessuna risposta: solo la consapevolezza della violenza dell’inferno sulla terra. ”Vitti ‘na crozza” ritornava così di nuovo un canto di dolore, di sconfitta per la morte che si avvicina.

Quel Capodanno Rosa sembrava avesse incontrato per la prima volta quella canzone e da come la cantava, sembrava che quelle parole disperate le risuonassero dentro quasi come un presagio”. (fonte: Nicolò La Perna)


Rosa lasciò intatta la tonalità maggiore, forse perché non aveva a memoria altro che quella, ma la sua voce corrosa dal fumo e dalla vita ci regalò finalmente la versione definitiva di "Vitti 'na Crozza", quella che più di tutte ci restituisce il senso profondo di un brano che tutti conoscono e pochissimi hanno ascoltato davvero.

Per fortuna, quel capodanno, qualcuno aveva portato un registratore e noi possiamo sentire la testimonianza di un momento mai più ripetuto, uno di quelli che a buon diritto resterà scolpito nella storia.






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