RECENSIONE: IRON MAIDEN - Seventh Son Of A Seventh Son


11 Aprile 1988.


Gli Iron Maiden arrivano a quella data da un anno sabbatico, il 1987, unico anno dal loro esordio del 1980 a non aver tirato fuori nessun album.


E se si considera che ogni album precedente (compreso il live Live After Death del 1985) è considerato un capolavoro si può solo immaginare quante aspettative potesse suscitare l’uscita del settimo album in studio della band di Steve Harris e soci.


Ma partiamo dal titolo.


Seventh Son of A Seventh Son si ispira esplicitamente al romanzo dark fantasy “Il Settimo Figlio” di Orson Scott Card, costruendo attorno alla figura del protagonista (il settimo figlio di un settimo figlio secondo la leggenda raccontata nel libro sarà dotato di poteri speciali) un vero e proprio concept album.


La leggendaria copertina ritrae questa volta un Eddie vicino alle sembianze del precedente Somewhere in Time, ma con un corpo ai limiti del disfacimento. In mano tiene un piccolo Eddie ancora nella sacca embrionale e una mela (quella del peccato originale?) al posto del cuore.

Si dice che sia stato lo stesso Bruce Dickinson a suggerire a Riggs la visione di un quadro di Gustave Doré sul nono girone dell’inferno e che quest’ultimo sia rimasto folgorato dall’ambientazione glaciale.


Ma torniamo all’11 Aprile 1988.


L’album viene accolto con un velo di diffidenza sia da una parte di stampa specializzata, sia dalle frange più conservatrici dei fans di vecchia data.

Motivo vi chiederete?

L’utilizzo abbastanza esplicito quanto inusuale per la band di chitarre synth e tastiere.


La stessa opener “Moonchild” dopo la mitica filastrocca cantata da Bruce su un tappeto di chitarra acustica si sviluppa su un evocativo crescendo di tastiere, prima di esplodere in uno dei pezzi più veloci fino ad allora concepiti dalla Vergine di Ferro, con la voce di Dickinson a mettere subito in chiaro le cose: “I’m he, the bornless one, the fallen angel watching you!”.


La successiva “Infinite Dreams” rappresenta uno dei ben quattro singoli (fino ad allora i singoli erano sempre stati due per album) estratti dall’album.


Un pezzo importantissimo nell’economia del disco, con atmosfere sognanti ricamate dall’intreccio di basso e chitarre e dalla voce di Bruce che parte soft per poi esplodere nelle numerose varianti melodiche del brano.





“Can I Play With Madness?” pur trattando a pieno titolo il tema maestro dell’album (la profezia) a livello sonoro scivola quasi fuori dai binari con un sound ed un intercedere decisamente più allegro culminante in un chorus diventente e impattante.


Fu scelto come primo singolo e tutt’ora resta uno dei pezzi più performanti in chiave live.

Altro singolo di successo è “The Evil That Men Do” a parer mio uno dei veri e propri punti forza dell’album.


Intrecci melodici di chitarre, voce di Bruce che si erige tra strofa, uno dei pre-ritornelli più incisivi della band e un coro anche in questo caso iconico, il galoppante basso di Steve Harris.


La title-track rappresenta un altro tassello fondamentale dell’album.

In questo caso le tastiere sono quasi colonna portante in avvio per poi lasciar spazio ad una sublime prova vocale di Bruce.


Il pezzo si snoda per 10 minuti rappresentando alla distanza una delle più suggestive suite alla stregua di Hallowed Be Thy Name e The Rime Of The Ancient Mariner.


In “The Prophecy” si respira la piena atmosfera dell’album con un lavoro chitarristico che ricorda a tratti espressioni sonore celtiche.


Il quarto singolo è la stupenda “The Clairvoyant”, un pezzo introdotto dall’iconico giro di basso di Harris sul quale si aggrappano le due chitarre. Ritornello potente e catalizzante per un’altra bomba pronta a deflagrare dal vivo.


La chiusura è per “Only The Good Die Young”, ottimo pezzo che paga la presenza di molti pezzi più funzionali in chiave live e per questo non sarà spesso presa in considerazione per la scaletta del tour.


Come a chiudere un cerchio magico sul finale torna la filastrocca quasi recitata da Bruce:


Seven deadly sins Seven ways to win Seven holy paths to hell And your trip begins Seven downward slopes Seven bloodied hopes Seven are your burning fires Seven your desires...


Un album malinconico nel suo splendore, in virtù del fatto che per molti fans segnerà la fine di un periodo oltre che di una decade.


Quella decade in cui gli Iron Maiden segnarono in modo indelebile la storia dell’Heavy Metal album dopo album.


A rimarcare il romanticismo di questo album l’abbandono subito dopo il tour di Adrian Smith che di fatto chiude la storia dei primi Maiden.







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