La musica c'è anche dove non la vedi perchè è poesia delle anime. E a noi quelle anime mancano tanto


Le ho rilette più volte e più le rileggo e più me ne convinco: in queste righe, scritte più di un anno fa per Sport Heroes, apparentemente non c'è musica, ma io la avverto. Avverto quelle declinazioni di un'Italia che prendeva una forma nuova specchiandosi nei suoi nuovi interpreti, dello sport, del cinema, del teatro o, della musica, appunto.

No, non sono righe di solo sport; sono la testimonianza di un'Italia che ci guarda da lontano...


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Chissà, forse ci si stanca, l’anima si consuma, il disegno divino si esaurisce quando si è tanto. Soprattutto quando si è tanto per tanti. Quando regali alla gente, a milioni di persone, un sogno, quando indichi loro una via, forse ti giochi una sorta di bonus, forse ti “mangi” una porzione di vita, chissà.

Un Paese che cerca la chiave per un domani di speranza ma anche di sorrisi, di gioia, di aggregazione ha solo, inconsapevolmente, una sola via per farlo: quella della semplicità. Per le strade di Prato, sui campetti di Cinisello Balsamo o sulle piste di Barletta, mangiando un panino mentre aspettano l’autobus, Paolo Rossi, Gaetano Scirea e Pietro Mennea disegnarono fin da ragazzi le loro parabole esistenziali graffiando l’esistenza senza accorgersene con la classe di chi dipinge e poi mette tutto in ordine e pulisce per terra.

La semplicità come stile di vita per tutti e tre, la gentilezza e il garbo di Scirea, la caparbietà e lo spirito di sacrificio di Mennea e il sorriso e la disponibilità come antidoto per tutti i mali di Rossi hanno costruito un lago nel quale si sono specchiati, più o meno consapevolmente, tutti gli italiani. Tre espressioni della provincia italiana, del Nord, del Centro e del Sud, tre figli del genuino modo di vivere di un’Italia che non era e non voleva essere sofisticata; anzi, non sapeva neppure da dove cominciare a esserlo.

Nel modo di essere uomini prima che campioni di Pietro, Paolo e Gaetano c’è lo spirito dei genitori, operai della Pirelli, sarti, casalinghe. C’è una Italia che celebra tutti assieme, in famiglia, il primo apparecchio televisivo a colori dentro casa o un diploma sofferto.

Come quando, già Campione del mondo, Gaetano Scirea si sentì invincibile più che nella notte di Madrid - a 34 anni - per aver conseguito il diploma magistrale e aver mantenuto la promessa fatta ai suoi genitori. Lui, Campione del Mondo, ma con ancora la spinta giusta per consentire all’etica di trascinare ancora più in là l’asticella. Quell’asticella che Pietro Mennea - uomo del Sud in ogni suo respiro, colui il quale per anni e anni tenne dietro nelle classifiche degli uomini più veloci del mondo decine di giganti di ebano - alzò e poi alzò ancora e ancora e ancora dopo aver smesso di correre in pista ma non contro se stesso. Le sue 4 lauree e il suo impegno politico e sociale ricordavano al Paese che si può partire dal nulla e arrivare a tutto con il coraggio di perdere ogni cosa da un attimo all’altro ma non perdere se stessi.

Scirea che riprende compagni e avversari durante una rissa in campo dicendo loro “Smettetela, le nostre mogli ci guardano…” è la trasposizione in campo dell’Italia in cui i genitori dicevano ai figli “Comportati bene, devi dare l’esempio”, Paolo Rossi con le braccia alzate e il sorriso stampato dopo il gol alla Germania consegna agli italiani la medesima umanità che Pablito avrebbe continuato a regalare per decenni, unita al garbo col quale approcciava ogni momento, ogni respiro del suo relazionarsi alle gente semplice della quale si è sentito parte fino all’ultimo.

La notorietà vissuta con fastidio, per tutti e tre, ma non il fastidio della notorietà: sono due cose ben diverse, opposte. L’imbarazzo dell’eccesso, ma la consapevolezza che, alla fine, conta quello che si da e allora se la gente è felice così, va benissimo…

Quella di Scirea, Rossi, Mennea era un’Italia pasticciona come sempre, leggera ma non superficiale, mai – comunque – nella cifra di umanità che metteva sul piatto.

L’inno nazionale aveva un senso perché era il richiamo del gruppo e poco importa se il gruppo Nazione si sentisse apparentemente tale solo quando le maglie azzurre apparivano sugli schermi; in realtà quelle maglie ricordavano al Paese di cosa nella sua infinita semplicità l’Italia fosse capace e lo poteva fare proprio perché dentro quelle maglie c’era gente semplice, c’erano Paolo, Gaetano, Pietro, da Prato, Cernusco sul Naviglio, Barletta, fisici da impiegati, buone maniere e tanta voglia di stupire. E se va male ci siamo comunque divertiti.

Tutto nel nome della semplicità, di quella spontaneità di cui l’Italia si innamora da sempre, regalando solo passioni finte a chi occupa la scena. Anche perché, come diceva Massimo Troisi (un'altra faccia meravigliosa di quella Italia, un altro amato da tutti e che ha consumato in fretta la benzina concessagli: “Si è più registi prima di andare a dormire, quando si va in bagno, parlando con la propria moglie, piuttosto che sul set…”

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