"IL DIVIN CODINO" - Film

L'errore che si fa in questi casi è tentare l'analisi del film. Una cosa totalmente inutile a ben vedere, perché quando davanti hai la celebrazione di un mito (per chi lo considera tale), poco conta tutto il resto. E la celebrazione sotto forma di fiction si porta sempre in dote due aspetti antitetici e complementari: la delusione e la commozione.

Il film può essere fatto benissimo, come ad esempio "Bohemian Rhapsody", curato in modo maniacale, ma il fan dei Queen lo troverà incompleto, poco aderente ai fatti ("non è vero che Freddie ha fatto quella cosa alle 5 del pomeriggio, erano le 5 e mezzo!") o comunque non abbastanza agiografico, non sufficientemente elogiativo. Di contro si commuoverà di fronte ai momenti più espliciti in cui il regista manda in scena la storia, intesa non come trama, ma proprio come fatti storici (vedi il concerto di Wembley). Oppure può essere fatto male, come "Rocketman", noioso biopic su Elton John che al netto di una confezione impeccabile ha buchi di sceneggiatura impressionanti. Eppure il principio è lo stesso: delusione e commozione, anche se con dinamiche opposte rispetto all'altro. A salvarsi da questo meccanismo è solo il film che celebra eventi e personaggi ormai lontani nel tempo, perché in questo caso la memoria si cristallizza esclusivamente sugli accadimenti principali e non ha bisogno di elaborare dettagli. Quando invece il personaggio in questione è ancora vivido nella memoria collettiva, come Freddie Mercury, o addirittura vivo e vegeto come Elton John, le cose diventano molto meno semplici.

Non sfugge a questa logica "Il Divin Codino", film biografico sulla vita di Roberto Baggio prodotto da Netflix. Subito dopo averlo visto, la tentazione di una stroncatura senza pietà è stata forte, perché oggettivamente il prodotto non rispetta quasi nessuno degli standard di qualità che si pretendono da un film.

Si salva la discreta prova del protagonista, con una recitazione credibile che però nulla può per migliorare la scrittura dei dialoghi e le indicazioni della regia che per qualche oscuro motivo fanno passare Baggio per una specie di sfigato, depresso e costantemente incazzato con il mondo. A giustificare in parte questa linea di scrittura ci sarebbe il rapporto conflittuale con il padre, visto per tutto il film come l'unico responsabile di "splendori e miserie" del calciatore, tanto per citare uno che di calcio sapeva scrivere benino. Sarà pure un cliché un po' stantìo, ma se il film è stato prodotto con la supervisione dello stesso Baggio, vuol dire che evidentemente non se ne poteva fare a meno. Invece si poteva fare a meno di tanto altro, che però non è il focus di questo articolo. Non sono Enrico Antonio Cameriere, non sono io l'esperto di cinema di Cartoline Rock e pertanto un eventuale approfondimento tecnico lo lascio a lui. E non sono Giusva Branca, per cui le possibili imperfezioni sul piano calcistico-storico non le segnalo nemmeno.

Invece mi preme di più l'aspetto delle motivazioni. Perché si fa un film come "Il Divin Codino"? Per un motivo semplicissimo: lo vedranno tutti.

Ci sarà tempo per un eventuale bel film su di lui, come fu per Kusturica dopo un paio di inutili polpettoni su Maradona, o per De André che prima o poi riceverà in dono qualcosa di meglio della agghiacciante fiction Rai, che è riuscita ad abbassare il livello perfino di un attore maiuscolo come Luca Marinelli. Nel frattempo si confeziona un film pop, banalmente scolastico, che con la classica ricetta fatta di qualche inevitabile scena emozionante, prova a tappare tutti i buchi. Tanto il pubblico lo vedrà comunque, perché l'oggetto non è il film, l'oggetto è Roberto Baggio. Sono pronto a scommettere che nessuno, nonostante già dai primi minuti fosse chiaro che non si trattasse di un capolavoro, abbia deciso di interrompere la visione prima della fine. La ricerca dell'aneddoto, dei momenti riconoscibili, supera qualunque tentazione di smettere di guardare. È la vita di Baggio che interessa, in qualunque forma venga presentata. Dopo siamo tutti bravi a dire che il film è fatto male, non ci vuole un genio per capirlo, ma intanto siamo rimasti inchiodati allo schermo fino ai titoli di coda. Perché la chiave del successo dei biopic (che con l'avvento delle nuove piattaforme è diventato uno dei prodotti più gettonati in assoluto) sta proprio nell'indovinare il personaggio giusto da raccontare, non nella qualità della produzione. E Baggio, in quanto personaggio divisivo, è il classico uovo di colombo che nessuno si lascerà sfuggire: chi lo apprezza per trovarci ulteriori motivi di ammirazione, chi lo detesta per poter sottolineare ancora di più il proprio disappunto. Chi invece lo ignora, una piccola percentuale ma pur sempre significativa, si lascerà travolgere dall'inevitabile tritacarne mediatico e finirà per incuriosirsene.

Insomma, bello o brutto non ha significato, non sarà certo un flop. E infatti lo ha visto una fetta consistente di popolazione, indipendentemente dai commenti per lo più poco lusinghieri che circolano sul prodotto. Infine, sono pronto a scommettere ancora, che la scena finale (che non spoilero, ci mancherebbe altro) ha fatto scendere più di una lacrimuccia agli spettatori. Certo, una cosa di una ruffianeria ai limiti dell'indecenza, la scena finale strappalacrime la trovi a pagina 1 del più insulso manuale di sceneggiatura. Però funziona sempre e funziona anche qui. E hai voglia a fare analisi da critico cinematografico, certe dinamiche non le sposta nessun Kubrick, nessun Fellini, nessun Tarantino. Aggiungo solo che una piccola nota di genio c'è: Carletto Mazzone interpretato da Martufello è una delle scelte più indovinate dell'ultimo quarto di secolo, qui il casting ha fatto un capolavoro e la sua interpretazione vale il prezzo del biglietto.

No, non mi si fraintenda, niente macchietta, niente caricatura, Martufello fa Mazzone senza bisogno di esasperare nulla. Mi si obietterà che Mazzone è già talmente sopra le righe da essere una caricatura di suo, ma su questo oppongo ferma resistenza, perché dall'essere sopra le righe all'essere ridicolo il passo è brevissimo e se non ci si ferma in tempo è una tragedia. Mazzone ne esce per quello che è, talvolta caricaturale, ma ridicolo mai. E io l'ho visto come un segno di rispetto del quale mi sono in cuor mio complimentato con gli autori. Non sarà tantissimo, ma è una nota che valeva la pena sottolineare.

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