4 maggio 2007 - SILVIA SALEMI

Il 4 maggio del 2007 Silvia Salemi pubblica "Il mutevole abitante del mio solito involucro".

La title track è anche il primo brano italiano del secondo volume di "Cartoline Rock" che condivido in anteprima con voi:

"L’avevamo lasciata “a casa di Luca” senza aver ben compreso cosa ci facesse, anche perché, con il suo look alla Sinead O’Connor e con il suo timbro per nulla scontato, non sembrava particolarmente a suo agio all’interno di un testo e di un modello (quello sanremese) così poco adatto a esaltarne le doti. Nella sua apparente coerenza con il dettato stilistico tipico dei brani da festival, si percepiva una sorta di distacco, perfino di snobismo, come se quella partecipazione fosse solo un ponte, una ricerca di visibilità che potesse al più presto consentire altro. E invece dopo quel Sanremo di lei si sono perse le tracce, forse proprio perché il modello non è stato ricalcato, l’onda della canzonetta non è stata cavalcata fino in fondo e il passaggio al livello superiore è stato troppo repentino per le distratte orecchie italiche. Ma Silvia Salemi quel passaggio lo aveva compiuto davvero, prendendosene la responsabilità in termini di ovvia, inferiore resa commerciale e altrettanto insignificante visibilità mediatica, come testimonia questo brano del 2007 tratto dall’omonimo album. Si tratta di un tiratissimo rock d’autore, con un testo surrealista e ironico, dalla spiccata verve lirica e qualche vocazione fescennina legata alla semantica del femminismo anni Settanta. Così il maschio non è più maschio, ma un ossimoro di se stesso, un po’ lombrico, un po’ leone, amico ma nemico, che si limita a essere un “inquilino che si serve del mio aspetto romantico”. L’allusione sessuale è del tutto evidente, l’uomo non è altro che il suo membro, che approfitta delle debolezze femminili per appropriarsi del “solito involucro”, mutevole per sua stessa natura, talvolta flaccido come un verme, talvolta ruggente come il re dei felini. Ancor più esplicito quando raffigurato come “affittuario che si serve del mio spazio genetico”, un contratto a tempo determinato tra un essere compiuto e il suo contraltare lussurioso ma esclusivamente ludico, e tuttavia in grado di cambiare i connotati e l’umore dell’altro, oltre alla propria forma. Con questo brano Silvia Salemi entra nella dimensione che le compete, sfrontata come il suo look, che adesso diventa simile alle sue liriche e si concede il lusso di terminologie colte pur di non scadere nella volgarità e mantenere la cifra sarcastica della canzone. Purtroppo, il grande pubblico, nonostante un mentore popolarissimo come Fiorello, non ha colto questo aspetto, almeno non quanto aveva colto il romanticismo del suo Luca e della sua casa con vista mare. Rivederla in un talent show di ex cantanti un po’ bolliti alla ricerca di una nuova possibilità, ci riporta a quel Sanremo: superiore e inadeguata allora, superiore e inadeguata oggi".


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