25 aprile - UNA CONFESSIONE PERSONALE 4

Il mio primo amore musicale sono stati i Pink Floyd. Mio padre ne fu

inconsapevolmente colpevole perché mi portò al cinema a vedere "The Wall" convinto che si trattasse di un cartone animato per bambini. Era il 1982 e io avevo nove anni, così, quando mio padre si rese conto dell'errore mi trascinò via, ma era troppo tardi, l'amore era sbocciato e il primo disco che acquistai autonomamente fu il 45 giri di "Another brick in the wall", proprio il brano che fece saltare mio padre dalla poltroncina del cinema, vedendo la scena dei bambini gettati nel tritacarne.

Crescendo ci fu un'infatuazione per i primi U2, soprattutto "War" con l'indelebile "Sunday Bloody Sunday", mentre nell'adolescenza scoprii i Doors. E niente è stato più lo stesso. Non ero un emulo di Jim Morrison, ma sentivo la poesia, avvertivo quell'aria maledetta che tempo dopo mi avrebbe affascinato ancor di più con Baudelaire, Mallarmé, Rimbaud, Verlaine e tutta la corrente poetica francese legata al disagio esistenziale. I Doors mi regalavano momenti di vera empatia, soprattutto la loro naturale vena blues, quella modulazione strana con le tastiere di Ray Manzarek (che fu il primo vero musicista che intervistai nella mia carriera di giornalista) e quei testi enigmatici tra Freud e Robert Johnson. Il 25 aprile del 1974, quando io compivo un anno, la testimone oculare della morte di Jim Morrison si spegneva a sua volta. Pamela Courson era stata la sua compagna fino all'ultimo giorno, probabilmente la storia d'amore più importante della sua vita. Quando si parla di Doors e di Jim Morrison, non si può fare a meno di ricordare anche lei.

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