13 giugno - "DEMETRIO E GLI ALTRI" Le grandi voci del rock italiano

Se c'è stato un momento in cui il rock italiano ha davvero potuto competere con i mostri sacri, è stato il lustro d'oro del progressive. Dopo il tempo del beat che scopiazzava le canzoni straniere, talvolta strapazzandole brutalmente come l'allucinante traduzione di "Stand by Me" trasformata in "Pregherò" da Adriano Celentano, all'alba dei '70 anche l'Italia inizia ad affacciarsi al rock d'autore con produzioni che nulla hanno da invidiare ai blasonati omologhi britannici.

La rinnovata attenzione verso i riferimenti colti, la musica sinfonica in particolare, ha per la prima volta messo l'Italia in una condizione paritetica, forte della sua tradizione melodica e dei suoi antenati accademici. Non poteva accadere con il blues e il rock'n'roll, fortemente radicati nella cultura afroamericana e successivamente esportati in Inghilterra in virtù della componente anglofona. Non poteva succedere con il folk-rock di derivazione country (quello di Dylan, per intenderci), che pescava nella progenitura irlandese per fondersi con le nuove pulsioni autoctone, che poi i cantautori di tutto il mondo hanno cercato di emulare, spesso con buoni risultati ma mai paragonabili all'originale. È successo in quel momento lì, quando il rock e la sua componente istintiva vennero condotti all'interno di partiture colte, creando un cortocircuito creativo senza precedenti. Ma se i King Crimson, i Genesis, gli Yes, E,L&P, i Gentle Giant e per certi versi i Pink Floyd hanno aperto la strada all'idea di superare la forma canzone e costruire attorno al concept album la struttura del loro rock sinfonico (seguendo la lezione di "Sgt. Pepper's" dei Beatles, chi altri sennò?), in Italia quella strada ha trovato terreno fertilissimo per idee originali, dirompenti, per la prima volta dalla nascita del rock niente che scimmiottasse altro, ma solide composizioni in grado di competere per qualità e creatività con chiunque. I nomi più blasonati erano la Premiata Forneria Marconi, gli Area, il Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme, gli Osanna, i Trip (in cui militava un giovane Ritchie Blackmore, di lì a poco fondatore dei Deep Purple), il Rovesciodellamedaglia, New Trolls, Balletto di Bronzo, oltre a una pletora di band meno note ma di livello altissimo come gli Opus Avantra, i Pierrot Lunaire, Quella Vecchia Locanda, Semiramis, Museo Rosenbach, Biglietto per l'Inferno, Consorzio Acqua Potabile e tanti, tantissimi altri. Con un dettaglio affatto irrilevante: al netto di Peter Gabriel dei Genesis e pochissimi altri, nel prog britannico sembrano non essere fondamentali le grandi voci. E qui invece l'Italia la fa da padrona assoluta, ancora una volta forte di una tradizione di "bel canto" e di opera lirica per lo più assente altrove, fatta salva la Germania che però ha sempre tenuto il rock ai margini dei propri interessi artistici (si rifarà sul finire dei '70, ma è già un'altra storia). Se volessimo fare il giochino dei più dotati cantanti prog a livello mondiale, scopriremmo che nelle prime dieci posizioni appaiono almeno tre italiani: Alan Sorrenti (non pensate ai "Figli delle Stelle", tornate un po' indietro al capolavoro "Aria"), Francesco Di Giacomo (il Big del Banco del Mutuo Soccorso) e naturalmente Demetrio Stratos, frontman degli Area, probabilmente il più strabiliante di tutti i tempi per tecnica e capacità espressiva.

La sua è una storia di immigrazione abbastanza tipica negli anni del dopoguerra. Efstràtios Dimitrìu è un giovane greco nato ad Alessandria D'Egitto nel 1945, proprio mentre sfumavano gli ultimi rigurgiti della Seconda Guerra Mondiale. La sua famiglia cristiano-ortodossa si accorse subito della naturale propensione alla musica del piccolo Strat, che fin da bambino rimaneva incantato durante le celebrazioni religiose accompagnate dalla musica bizantina e dalla musica araba tradizionale. Lo iscrissero con molti sacrifici al prestigioso Conservatorio Nazionale dove studiò fisarmonica e pianoforte. Ma la crisi di Suez lo costrinse a scappare e riparare a Cipro, dove fu ospitato da una congrega religiosa di Nicosia e poté frequentare il "Collegio di Terra Santa". Il suo brillante rendimento gli fa ottenere una borsa di studio che diventa la svolta della sua vita. È il 1962 quando si trasferisce a Milano e si iscrive alla facoltà di Architettura del Politecnico. Ed è proprio in Italia che le sue pulsioni creative trovano la miglior accoglienza possibile. Già nel 1963 fonda il suo primo gruppo soul e risulta evidente che la sua voce è un dono. Ancor di più lo sarà nel 1966 quando si unì come voce solista e pianista al gruppo beat "I Ribelli". Li lascerà quattro anni dopo, ma non prima di aver piazzato il suo primo 45 giri di successo, l'indimenticabile "Pugni Chiusi". Sembra un azzardo lasciare la band nel suo momento d'oro, ma il batterista dei Ribelli, Giulio Capiozzo (di origini turche), gli fa capire che ci sono strade nuove da sperimentare e che la sua voce può spingersi oltre il limite del "bel canto" per esplorare territori sconosciuti fino a quel momento.

Nascono gli Area ed è una gioia e una rivoluzione (cit.).

Una gioia perché attorno alla voce di Stratos (che nel frattempo aveva assunto definitivamente il nome con cui diventerà celebre, italianizzando il suo nome di battesimo in quanto ormai naturalizzato) si coagulerà una formazione di musicisti eccezionali come lo stesso Capiozzo alla batteria, Leandro Gaetano alle tastiere, Victor Busnello ai fiati, Johnny Lambizi alle chitarre e Patrick Djivas al basso (che in seguito confluirà della PFM). Una rivoluzione perché mai fino a quel momento una voce di tale portata si era messa al servizio di un'avanguardia così spinta come la proposta fusion-prog degli Area, già contaminata dalla world music in anticipo di vent'anni sulle tendenze musicali del momento. L'idea è: abolire le differenze tra musica e vita. Concetto sposato anche dall'"agitatore culturale" (nonché grafico per importanti copertine di dischi) Gianni Sassi, che proprio su questo principio fonda la Cramps, coraggiosissima etichetta discografica che produrrà i primi lavori di Eugenio Finardi, Claudio Rocchi, Alberto Camerini, Skiantos e tantissimi altri artisti fino a quel momento mai fuoriusciti dal circuito underground.

E nel 1973 pubblicherà anche l'album d'esordio degli Area, Arbeit Macht Frei, titolo che riporta l'epigrafe scritta sul cancello del campo di sterminio di Aushwitz, una sorta di slogan, "Il lavoro rende liberi", che alla luce dei fatti storici sembra solo figlio di agghiacciante, cinico sarcasmo. Il disco è "uno schiaffo ideologico al mondo", ma anche una prova di bravura sbalorditiva, costruita attorno alla voce soprannaturale di Demetrio Stratos, ma anche ad arrangiamenti azzardatissimi e prestazioni tecniche dei singoli musicisti (nel frattempo sono arrivati anche Paolo Tofani e Patrizio Fariselli) a dir poco stupefacenti.

È l'inizio di un cammino fatto di cinque album rimasti nella storia della musica italiana (e non solo), interrotto nel 1978, quando Demetrio Stratos decide di lasciare gli Area per dedicarsi esclusivamente alla ricerca vocale. Sembra un nuovo, entusiasmante capitolo della sua carriera, soprattutto in virtù della stima internazionale che artisti del calibro di John Cage e Andy Warhol stanno tributando alla sua figura. Purtroppo non andrà così. Una forma particolarmente aggressiva di leucemia lo colpisce nell'aprile del 1979. A Milano prima e a New York dopo, tenteranno tutte le cure possibili, ma il 13 giugno dello stesso anno il suo cuore cesserà di battere. Finisce così, a soli trentaquattro anni, la storia terrena del più grande cantante italiano di tutti i tempi.


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