Identikit di una perfetta bolsonarista. "I poveri? Chi non ce la fa, per me può anche morire"


Mi contatta su messenger dopo aver letto un mio articolo pubblicato qui, su “Cores do Brasil”. Lei dice di essere un'avvocatessa paulistana di 61 anni, vedova e, per quanto mostra la foto del suo profilo, dall'aspetto giovanile. Dopo avermi fatto i complimenti per la mia passione musicale mi chiede il mio contatto whatzapp perché, dice, vorrebbe farmi una proposta. Accetto volentieri, pensando magari a qualche impegno professionale, radiofonico o dal punto giornalistico, che potrebbe arricchire il mio tempo e la mia passione per il mondo verdeoro. Insomma, la mia vita. Ma è solo una sorta di “good vibration” che dura solo una manciata di secondi ed alimentata dalla dimensione del viaggio, qualcosa che vive incessantemente dentro di me. Perché la proposta mi sembra davvero oscena, anche se non nel senso comune del termine: lei vorrebbe che inserissi all’interno del mio blog una sezione di musica italiana, quella degli anni ’60, snocciolandomi tutta una serie di artisti dell’epoca, tra cui Peppino di Capri, Rita Pavone, ecc. Le spiego, con tutto il garbo possibile, che l’idea non è delle migliori perché snaturerebbe la “mission” del mio programma.


“E poi – le aggiungo – se vai indietro nelle pagine del blog troverai un podcast dedicato proprio al grande abbraccio nel corso degli anni ‘60 tra la Mpb ed i più importanti artisti italiani, compreso il tuo amato Sergio Endrigo”. Qualche secondo di silenzio e l’avvocata, minimizzando e tralasciando il motivo della telefonata, comincia a tempestarmi di domande sulla mia vita e sulla mia passione per il Brasile. Rispondo quasi a monosillabi, in maniera sintetica, per capire dove volesse andare a parare. Infine, dopo avermi inviato diverse foto in cui lei appare sorridente nel bel mezzo di una festa, mi dice che è una donna completamente libera ed indipendente da tutti i punti di vista; vive da sola in un appartamento di 200 metri quadri in uno dei tanti grattacieli dell'Avenida Paulista, la via più importante di San Paolo e che non avrebbe nessuna difficoltà, dopo la pandemia, ad ospitarmi ed a farmi da guida nei locali in cui si celebra il samba e la bossa nova. Insomma, un vero e proprio “pressing”, condotto con eleganza ed usando la lingua portoghese in maniera molto forbita. La mia non è certo alla sua altezza, ma cerco di tenerle testa. Per la verità nella capitale paulista non mi mancano degli amici ma non mi sarebbe dispiaciuto averne una, di amica, residente nel cuore della movida pulsante dell’arte e della musica della capitale paulista. Anche in questo caso, è solo un’illusione che dura ancora meno di dieci secondi nel momento in cui lei aggiunge che, in fondo, non ha mai amato il samba e la bossa “perché in un certo senso sono spesso elementi di corruzione per la gioventù con ammiccamenti sessuali e che portano poi alla dissoluzione dei valori morali”. Poi cerca di stemperare quello che aveva appena detto e aggiunge. “Ma tranquillo, ti porto volentieri a vedere qualche roda de samba, non mi disturba”.


Minchia! La mando affanculo subito o le dimostro la sua totale ignoranza verso le sue stesse radici? Siccome fin da piccolo mi hanno insegnato di contare fino a sei anche davanti a cazzate di questa portata, propendo per la seconda soluzione, sicuramente più equilibrata, e lo faccio con un solo unico dato, la sintesi della sintesi. “Cara amica (e già comincio a prendere le distanze), quello che tu non sopporti è invece considerato patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco. Ma è chiaro, ognuno è libero di pensare quel che vuole”. Lei assorbe la botta e adducendo il tutto a gusti personali ed a un’educazione rigida, cambia discorso e ricomincia a parlare della sua vita. Tra la descrizione incantata di viaggi esotici, feste ed amicizie altolocate (della serie: ma chi cazzo se ne frega), tocca poi il punto più sofferto e drammatico della sua vita: la morte del marito, alto funzionario della polizia di San Paolo, ucciso con due colpi in testa in una imboscata, dice lei, all’interno di una favela della città. Il momento è imbarazzante, nel descrivere quei momenti concitati lei si mette a piangere, un pianto vero, un dolore che sicuramente è ancora vivo in lei, nonostante i diversi anni ormai trascorsi dall’omicidio. Ma accanto a tutto questo nel suo discorso, ed è quello che più mi ha fatto inorridire, l’odio per i poveri, per le favelas, ed in generale per le tante povertà, non è per niente nascosto. “Che vadano a lavorare, che imparino a fare dei sacrifici, come ho fatto io e mio marito per crescere i nostri figli. Altrimenti per me possono pure morire”.


Mi sento sinceramente imbarazzato, da un lato un dolore vero e acuto, dall’altro un razzismo radicale e senza via d’uscita. Evidentemente non ha elaborato ancora il lutto ma odiare la povertà mi sembra troppo. Raccolgo tutte le mie forze (no, non ce la faccio a non dire nulla) e dopo averle espresso tutta la mia solidarietà mi permetto di farle notare che suo marito è stato ucciso da soggetti criminosi e non dalla povertà. Sono due cose molto differenti tra di loro. Piuttosto, le aggiungo, è proprio per non alimentare la violenza che tutti quanti noi dovremmo adoperarci, ognuno nel proprio ruolo, per una maggiore giustizia sociale. Poi, le dico ridendo. “ Non è che per caso sei bolsonarista?”. “Bolsonaro è il mio presidente, non lo dimenticare mai”, mi risponde in maniera stizzita e perentoria. No, no. Debbo assolutamente mandarla affanculo. Per me è troppo. Ma ancora una volta metto a dura prova la mia pazienza, nella speranza di una ragionevole reazione di equilibrio e buon senso, oltre che di capacità di ragionamento. E le ricordo che il “suo” presidente è considerato da tutto il mondo, tranne che per un politico italiano (Salvini) ed un altro leader di un paese dell’Europa dell’Est, un perfetto idiota.

Le ricordo gli articoli dei giornali più importanti al mondo che hanno riso e ridono per le sue trovate; le simpatie di Bolsonaro, esternate decine di volte in pubblico, sia verso la dittatura che per il colonnello Carlos Alberto Brilhante Ustra, considerato il torturatore più efferato di quegli anni. Le sottolineo la sua politica economico-sociale, un autentico fallimento certificato da tutti gli enti economici brasiliani preposti. E poi, come la mettiamo quando dice che le donne dovrebbero guadagnare di meno perché ingravidano? Potrei continuare all’infinito ma mi accorgo di trovarmi davanti ad un muro di gomma. Ad ogni mia riflessione lei non sa altro che dire sempre la stessa frase. “ma perché sei così insistente?”. Si, mi risponde sempre così. Ed io, ancora una volta frenato da questa maledetta buona educazione che ogni tanto dovremmo mettere da parte, ribatto. “Scusa, non sto insistendo. Sto semplicemente ragionando, portando fatti.

E lo faccio con una persona che presumo sia abituata a farlo, a prescindere dalle sue convinzioni politiche, dentro un tribunale, in una aula di giustizia. Sei un’avvocata o no?”. Ed è in questo momento che rivela tutta la sua boria, la sua arroganza ma soprattutto una smisurata ignoranza. “Ti terrò nel mio whatzzap fino al 13 ottobre di quest’anno, quando il mio presidente sarà rieletto e noi scenderemo in piazza per celebrare questa vittoria. Ti aspetto per commentare”. Si, è una donna proprio fuori dalla realtà. Un paio d’ore prima del suo contatto avevo letto le proiezioni della BBC Brazil riguardo le prossime presidenziali. E le dico. “Mi pare molto difficile che accada, con Lula al 48%, Bolsonaro al 23%, l’ex giudice Moro al 9% e Ciro Gomes al 5. Non hai, già da adesso, nessun motivo per festeggiare”. Ed è qui che scoppia la sua ira. “Voi giornalisti siete la causa di tutti i mali, distorcete sempre la realtà”, e giù palavroes (parolacce) a perdere contro la categoria e l’informazione in Brasile, per lei manipolata dai “comunisti”. Ve la immaginate “Rede Globo” da sempre al servizio del potere, manipolata dalla sinistra?

Alla fine, ricompone la sua voce adirata, e mi chiede se ho ancora voglia di cancellarla da whatzapp. Le rispondo esattamente così. “Con certezza. Tu sei il classico esempio di quella élite brasileira, (classe medio alta), totalmente ‘burra’ (asina, stupida, deficiente). E poi ricorda: Quem não gosta do samba, bom sujeito não è. É ruim da cabeça ou doente do pé. (chi non ama il samba non è un buon soggetto: o ha qualche problema mentale oppure soffre di qualche malattia al piede”, le dico ricordandole il famoso brano “samba da minha terra” del grande Dorival Caymmi. La sua reazione immediata è di chiudere la conversazione cancellandomi dai suoi contatti. La mia, invece, è solo un urlo. Di liberazione. Vaffanculo!


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