“Comunisti del cazzo, avete avuto la musica, volevate anche le parole?”.

Aggiornamento: 31 mag 2021

“Brasile: se non ti piace, lascialo”. Lo slogan fu adottato dal governo militare brasiliano tra la fine degli anni ’60 fino alla metà dei ’70. E rivolto a tutti gli artisti, letterati, poeti, pittori e, più in generale, verso tutti coloro che dissentivano anche abbastanza apertamente contro il governo militare.

La frase, un vero e proprio ammonimento, tappezzava in quegli anni i muri delle più importanti città del Brasile. Ma tutto questo non impedì a Chico Buarque de Hollanda, arrestato nel 1968 e poi auto-esiliatosi in Italia nel 1969, di tornare in patria l’anno seguente, nel 1970, compiendo un vero e proprio capolavoro, prima ancora di “Calice”, con il brano “Apesar de voce” (nonostante tu). Un capolavoro, scritto per giunta nel periodo di maggiore repressione della dittatura del governo del generale Emílio Garrastazu Médici, (1969/1974), anni segnati da sequestri, violenze, abusi sessuali e l’assassinio di tre bambini. Chico Buarque, apprezzato ovunque, ormai molto noto all’estero per le sue composizioni e per la sua capacità di cantare le sue idee parafrasandole con parole che parevano sempre riferirsi ad altro, a concetti diversi, ad altre realtà, era ormai forte del consenso in patria e all’estero e continuò a sfidare la dittatura con le parole, rivelatesi più efficaci delle pallottole.


E questo i militari lo sapevano benissimo e nonostante i loro controlli ossessivi, Chico fu particolarmente abile ad aggirare la censura, firmando canzoni con lo pseudonimo di Julinho de Adelaide ed addirittura girando con due carte di identità di cui una intestata con quest’ultimo nome, fittizio.

Il problema è che l’Ufficio Censura temeva ogni sua canzone, anche quella che sembrava innocente, palesemente d’amore, e passava i suoi testi al setaccio. Ma non sempre ci riusciva, come nel caso di “Apesar de Vocé”, uscita nel 1970, un samba accattivante che diceva pressappoco e a mezza voce, così: “Oggi comandi tu, la tua parola è un ordine, non c'è discussione, la mia gente, oggi, parla con gli occhi bassi, vedi, tu che hai inventato questo stato e tutto questo buio, tu che hai inventato il peccato hai scordato di inventare il perdono. Malgrado te, domani sarà un altro giorno ...”. Esempio evidente di come il testo scritto da Chico Buarque, sotto le spoglie d’un amore frustrato per una donna spietata, rappresenti una vera e propria canzone politica e riesca a sfuggire, almeno nelle prime settimane, giusto il tempo di vendere circa 100mila copie, alle maglie della censura, diventando l’inno del movimento democratico.

Nel ’73, invece, fu organizzato, contro la censura imposta dai militari, un concerto a Sao Paolo con la partecipazione di decine di artisti, quelli ormai famosi anche fuori del proprio paese come Elis Regina, Jorge Ben, Ivan Lins e molti altri, la crema della nuova ondata della nuova canzone brasiliana. “Phono ‘73” era il nome dell’evento e fece leva proprio sulla notorietà dei nomi degli artisti convenuti, tra cui Gilberto Gil e Chico Buarque i quali, quest’ultimi, composero nel frattempo il brano “Calice”, (raccontato nell’articolo precedente che potrete leggere nello stesso blog, Cores do Brasil). La censura governativa, pronta ad intervenire. sapeva già che i due (Gil e Buarque) avrebbero cantato “Calice” nel corso della serata. Ed infatti si misero d’accordo e contrariamente al solito Gil cantò la strofa e Chico, in maniera quasi ossessiva, ripeteva la parola “Cálice” sfruttandone la perfetta assonanza con l’esclamazione “Cale-se” (“Taci!”), come a voler sottolineare che le atrocità che commette un regime autoritario “sono tali non solo quando colpiscono i dissidenti nel fisico, con la prigione e la tortura, ma anche e soprattutto quando interferiscono nell’intimo delle coscienze e dei comportamenti della gente comune, abituandola alle malefatte d’ogni giorno della classe dirigente”.




Il pubblico capì subito, applaudì ascoltando avido le parole e fischiando di riprovazione quando sentiva l’intimazione a tacere, intendendo bene cosa volessero dire i due artisti sul palco. Due poliziotti in borghese si avvicinarono ai tecnici audio e dal mixer scollegarono il microfono di Chico. La gente lo vide cantare senza udire le parole. Capì subito e fischiò sonoramente in segno di solidarietà con l’artista. I poliziotti risero pensando che il pubblico se la stesse prendendo contro Chico. Ed invece la gente era incazzata perché aveva capito che ormai si era arrivati a staccare il microfono di chi cantava il dissenso, di chi denunciava senza violenza.


Molti anni dopo, chi visse quei momenti ammise che uscì dal concerto con un nodo in gola per aver vissuto l’arroganza del regime militare ma anche al loro sberleffo.

“Comunisti del cazzo, avete avuto la musica, volevate anche le parole?”, sussurravano i poliziotti ai ragazzi che sfollavano e che commentavano ad alta voce.

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