Alfredo Auspici e il suo “Voglio andare a vincere a San Siro”: quando il sogno diventa poesia


Mille e più di mille inni

Mille e più di mille canzoni che celebrano l’immortalità di un club nel cuore dei propri tifosi, generazione dopo generazione.

Ma in una notte di estate, mentre il millennio già manda i titoli di coda, non in una birreria qualunque, ma nel covo di emozioni amaranto, di vite che si intrecciano con sogni di giovani donne e uomini fino al punto di diventare esse stesse sogni, per un domani che verrà e che a quell’età ti sembra tutto nelle tue mani, accade qualcosa.

Accade qualcosa di completamente nuovo e accadde nell’anima di Alfredo Auspici, capace come nessun altro di isolarsi in mezzo alla folla e di isolare nel suo stesso isolamento le emozioni più profonde, quelle che di solito sono soffocate dai rumori della festa, da quella gioia chiassosa che, però, proprio in quanto tale, va via in fretta.


Quella notte Auspici sa bene che, si, la serie A per la Reggina è un’utopia realizzata, qualcosa che simboleggia una vita intera di nonni, mamme, padri, figli, ma c’è di più.

Ancora una volta lui coglie che il football, l’amaranto è il pretesto più bello del mondo per coccolarsi l’anima, per dare un senso alle nostre vite e stavolta è ancora diverso dalle altre che pure lui aveva fissato con lo smalto della malinconia sopra il legno delle anime consumate dalla vita.


Stavolta Alfredo Auspici, in quella calda notte dell’Oblomow, alza l’asticella; stavolta vuole blindare il motore esistenziale di ciascuno: il sogno.

E mentre tutti celebrano il club, la sua storia, gli eroi dell’impresa, mentre una provincia intera impazzisce di gioia tanto genuina quanto confusa, lui si incarica di mettere ordine tra i sentimenti, ben sapendo che, durante le serate serve anche, man mano, lavare i bicchieri, chè altrimenti a un certo punto del delirio te ne ritrovi senza e non va bene.

La cosa più complicata non sempre è realizzare i sogni, ma confezionarsene di nuovi e amarli, tutti!

Un po' come lavare di continuo i bicchieri.

“Ama il tuo sogno pur se ti tormenta” diceva Gabriele D’Annunzio e Auspici lo sa bene, benissimo.

E allora la serie A, improvvisamente, non basta più, o – meglio – basta ma va confezionato un sogno nuovo, vestito dello stupore di essere al medesimo ballo dove “Ronaldo balla il samba-o e

Batistuta balla il tango-o…”, sballandosi nel “vederla giocare e poi ballar coi mostri della A”.

Nasce così il manifesto della Reggina in A, della Reggina sfacciata che va in casa delle grandi con la faccia tosta di chi si permette quattro passi nel giardino del re e poi…ci fa anche la pipì…

Il ballo, la musica, l’affidarsi completamente all’emozione del sogno regala al brano “Reggina rock and gol” una cifra estetica e anche etica che lo rende immortale.

Non è un inno, non lo sarà mai né mai Alfredo Auspici ha voluto che lo fosse, è un sogno d’amore: “…guarda che curva, guarda che gran cuore, ballano tutti e ballano d’amore” scrive quella notte la penna di Alfredo, mentre pensa alla “A” aperta, sguaiata, quasi urlata in faccia di “…e la Reggina balla in serie A”.

“Voglio andare a vincere a San Siro” non è solo un sogno, però: rappresenta, disegna l’ambizione di un popolo intero, per il quale che la Reggina balli in serie A è meraviglioso ma rappresenta – anch’esso – solo un pretesto per il sogno successivo.

Questa simbiosi di musica e football in nome di emozioni, di speranze recondite e spesso inconfessate che vanno ben oltre la leggenda della Reggina in serie A (e che sarebbe poi durata per un decennio) fotografa per l’eternità qualcosa di unico.

“Reggina rock and gol” è l’istantanea, il fermo immagine di come Reggio tutta si presenti al 2000 in arrivo, della “faccia di ‘mpigna” con la quale Giacchetta, con la fascia di capitano al braccio

porta la città in serie A sbarcandovi uscendo dal tunnel fianco a fianco col capitano della Juventus, Antonio Conte, poche settimane dopo, in occasione della prima assoluta nella massima serie.

Per questo non è un inno; quelli – bellissimi – li fanno per tutte le squadre, questo è stato dell’anima, dello spirito, sintesi delle vie prese – e sbagliate – nelle nostre vite, altro che pallone…

Questo non è solo un atto di amore verso la maglia amaranto, ma un invito, un’esortazione erga omnes a inseguire i propri sogni, sempre; e siccome gli umani hanno necessità di dare una forma fisica alla rappresentazione dei pensieri, ecco che questo sogno prende la forma di San Siro, “lo” stadio italiano per eccellenza, quello – appunto – sognato da tutti i ragazzini mentre prendono a calci una palla in un cortile.

Sono passati quasi 22 anni, il brano è nel cuore anche di quei ragazzi che in quella caldissima (e alcolica) notte dell’Oblomow ancora non erano in questo mondo e lo cantano tutti, se ne innamorano tutti e ci piangono tutti. Ancora oggi.

D’altra parte l’immortalità della musica e quella del football sono fuori discussione e Alfredo Auspici quella notte le mise insieme per sempre.

E, ovviamente, da quella notte in poi la Reggina (tra campionato e coppa) vinse dappertutto o quasi.

Quasi…a San Siro ancora no…e il sogno continua

"Voglio andare a vincere a San Siro, per l’appunto…"

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