19 maggio - Libero Giancarlo Castiglia, il “Che Guevara” calabrese contro la dittatura brasiliana

Diecimila uomini equipaggiati di tutto punto contro sessantanove ribelli, ritrovatisi nelle foreste

dell’Amazzonia per combattere, negli anni ’60, la dittatura militare in Brasile. E tra quest’ultimi, in questa colonna guerrigliera in una sorta di sfida tra Davide contro Golia, c’era pure un calabrese di San Lucido, provincia di Cosenza: Libero Giancarlo Castiglia, questo il suo vero nome, conosciuto con il soprannome di “Joca”, da Joao Carlos, la versione brasiliana del suo secondo nome, Giancarlo. Castiglia era un emigrante italiano che si unì alla guerriglia contro la dittatura militare dopo essere arrivato a Rio de Janeiro assieme alla sua famiglia nel 1955, all’età di undici anni. E decise qualche anno dopo, di prendere la strada della lotta armata contro la dittatura.

Ad aprire uno squarcio e fare un po’ di chiarezza su una storia poco conosciuta in Calabria è stato il giornalista Alfredo Sprovieri, autore del libro “Joca, il «Che» dimenticato (Mimesis, pp. 146, euro 12, con l’introduzione di Goffredo Fofi), uscito a inizio 2018, qualche mese prima che Jair Bolsonaro fosse eletto presidente del Brasile. Operaio metalmeccanico e militante del giornale “A Classe Operaria”, dopo il colpo di Stato del 1964 Castiglia entra nella commissione militare del Partito Comunista e aderisce alla lotta armata in Amazzonia, dove lo conoscono con il soprannome “Joca”,scomparso fra il 1973 e il 1974 nei tragici sviluppi della guerriglia sulle rive del fiume Araguaia, situato a nord dello Stato di Goias. In quegli anni di guerriglia il giovane Libero Giancarlo Castiglia diventa conosciuto e rispettato ma soprattutto guadagna fin da subito, agli occhi dei leader, i galloni che contano prima della battaglia. “Lui, unico non brasiliano – scrive Sprovieri nel suo libro - addirittura non sudamericano, siede in quella masnada di eroi romantici solo per l’amore di un ideale, e per questo è ascoltato e rispettato da tutti”. La stragrande maggioranza dei combattenti, compagni di Giancarlo, composta principalmente da ex studenti universitari e lavoratori autonomi, furono uccisi in battaglia nella giungla o giustiziati dopo l'arresto e la tortura durante le fasi finali delle operazioni militari nel 1973 e 1974. Tuttavia, nessuno degli individui fu riconosciuto morto, rimanendo nella condizione di persone scomparse per motivi politici. Attualmente sono ancora considerati 60 dei combattenti “desaparecidos”.

Il giornalista Sprovieri scoprì questa storia nel 2009, quando collaborando da precario per il quotidiano calabrese “Calabria Ora”, una notte prima di chiudere le pagine si accorse di un lancio d’agenzia in cui si diceva che era stato ritrovato in Brasile “il corpo di un ragazzo italiano scomparso all’inizio degli anni settanta”. Sprovieri avvertì subito l’esigenza di approfondire la notizia. E così si recò nel paesino originario di Castiglia, scoprendo che dietro quel ritrovamento si nascondeva una storia davvero di grande spessore umano e politico ma ancora misconosciuta. Il cronista di Calabria Ora scopre, infatti, che nel 2007 un delegato del governo Lula andò a casa dell’anziana madre del guerrigliero, a San Lucido, per portare in Brasile i campioni del dna utili a riconoscere la salma trovata anni prima da un gruppo di ricercatori della “Commisao da Verdade”.

Da allora più volte la famiglia di Castiglia reclamò le spoglie di Giancarlo ma non furono mai restituite all’Italia. Nel libro si ricordano le parole con le quali Joca si congedò dalla madre prima di aggregarsi alla guerriglia: «Se nessuno prende una decisione, quando si libera un popolo?» Lui fin da subito scelse di combattere e morire lontano migliaia di chilometri dalla sua terra. Aveva deciso di appartenere al grande popolo degli oppressi e degli sfruttati, pagando con la vita i suoi ideali.


78 visualizzazioni0 commenti