LA GRANDE BELLEZZA – DI PAOLO SORRENTINO


Gli italiani riescono a perdonare tutto, fuorché il successo.

Passi per i nove David di Donatello, passi per i cinque nastri d’argento, ma l’Oscar no. Fosse stato almeno straniero sarebbe potuto passare, che ne so coreano, eritreo, guatemalteco, kazako o kirghiso, un Oscar ci poteva stare, ma italiano, no.



Subito dopo l’assegnazione dell’Oscar si sono registrati attacchi furiosi al film.

Ma leggiamo qualche critica: "questo (film) ristagna su se stesso, risulta troppo lungo e tortuoso, e stanca alla fine. Il bravo... circola in preda a un cattivo umore perenne che non ha una giustificazione né poetica e nemmeno logica. Che cosa vuole questo regista? Non si capisce bene. Si sa soltanto che non è contento di tutto quello che fa nonostante i successi, che sogna coorti di donne che lo coccolino e invece ha una moglie che lo accusa continuamente e un'amante da vergognarsi ad andarci in giro (il ritratto di questo desolante personaggio di donna vuota e carnale con la quale lui mantiene un oscuro rapporto basato unicamente sui sensi)." questo il pensiero condiviso da molti, ma la critica non si riferiva a "La grande bellezza", ma a "Otto e mezzo" di Fellini (Ercole Patti, "Il Tempo", febbraio 1963) reo di avere vinto anch’esso l’Oscar. Brutto vizio degli italiani, quello di vincere qualcosa ogni tanto.


Passiamo al film, dico subito che mi è piaciuto e molto, lo trovo parecchio centrato, a differenza di altri suoi, ad esempio di Youth - La giovinezza. La fotografia di Luca Bigazzi è ispirata come in poche altre occasioni, piena e satura, senza scendere sul piede della curva sensitometrica, come in Così ridevano di Amelio (in questo caso, però, il sottotono è puramente funzionale).


La storia tiene e quello che viene tacciato come lento, invece è sostanza. Ma anche l’accusa della lentezza nei film “impegnati” è spesso un atteggiamento di maniera, esempio classico la Corazzata Potemkin. Sfugge ai più che Ejzenštejn inventò il montaggio di fatto utilizzato nei sincopati ritmi delle pubblicità e dei video musicali.

Il film è la celebrazione dell’incanto e perché mai la settima arte, basata sull’immagine, non dovrebbe celebrarla?


Servillo è un gigante, ma Sorrentino riesce a fare recitare bene tutti addirittura anche Verdone, che ormai sembra Crozza che imita Valeria Fabrizi.

E che dire delle musiche? Un mix ipnotico di classico e pop dove giganteggia una Raffaella Carrà stratosferica.


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